L’Ottavo Comandamento

ottavoL’ottavo comandamento sembrerebbe semplice e di immediata comprensione, ma forse  ci sono un paio di riflessioni da fare. Esso recita seccamente: “non ruberai”, è formulato in modo generico senza menzione di nessun oggetto preciso, molti di noi danno per scontato che l’argomento sia la preservazione della proprietà e dei beni materiali ma forse non è proprio così…

COSA E’ PROIBITO RUBARE?

Troviamo questo comandamento tra il divieto dell’omicidio, dell’adulterio e della falsa testimonianza, che rientrano nella sfera dei diritti personali. Questo comandamento sembrerebbe fuori luogo in quanto non si occupa dei diritti personali. Un’altra osservazione che si potrebbe fare è che il Decalogo proibisce solo i crimini più gravi contro l’Alleanza, castigandoli con l’esclusione dalla comunità, ma Israele non incluse mai nella sua legislazione sanzioni così dure a difesa dei beni materiali. La persona umana era ai suoi occhi troppo sacra per sacrificarla per proteggere beni esterni. Inoltre bisogna considerare che nel Pentateuco troviamo poche disposizioni legali a proposito del furto di animali (Es 21,37), del furto con scasso (Es 22,1-3), dell’appropriazione indebita di un oggetto perduto (Es 22,8), del furto di una cosa affidata in deposito (Es 22,9-12) e a proposito della riparazione dei danni. In Israele, tutto ciò che si riferiva alla vita o la libertà dell’uomo, si castigava molto severamente, mentre il danno causato ai beni esteriori si reprimeva più leggermente, s’imponeva solo la pena di restituzione, a cui si soleva aggiungere una multa piuttosto leggera (a differenza ad esempio dei codici babilonesi vari casi di furto implicavano la pena di morte). Se questo è vero allora quale sarebbe l’oggetto del furto a cui si riferisce questo comandamento?

Secondo la tradizione ebraica, l’ottavo comandamento non proibisce il furto in generale, ma il rapimento di un uomo libero, fatto soprattutto in vista di venderlo come schiavo. È il caso di Giuseppe, venduto dai suoi fratelli: «Perché io sono stato portato via ingiustamente dalla terra degli Ebrei», disse Giuseppe al Faraone (Gen 40,15). Ciò che si protegge in questo comandamento è il diritto dell’uomo alla libera disposizione di se stesso. La libertà, come la vita, costituiva un bene sacro.

Ammettendo questa interpretazione, l’ottavo comandamento non appare più fuori posto in quanto avrebbe per oggetto un diritto della persona. I’ottavo comandamento aveva dunque nella sua origine un oggetto ben definito. Proteggeva e garantiva la libertà dell’uomo e proibiva la sua riduzione allo stato di schiavo. E così anche il legame che lo unisce al prologo storico, appare molto più chiaramente. Siccome Israele è stato liberato dalla schiavitù dell’Egitto, non deve rapire nessuno di questi liberati per fare di lui uno schiavo. Rapendo uno dei suoi fratelli, l’israelita contraddice il gesto liberatore del Signore e compromette la stabilità della comunità intera composta, nella sua origine, solo da “uomini d’Israele”.

CORPO O ANIMA?

Il grande Rashì si spinge oltre egli sostiene che l’oggetto di questo comandamento sia l’anima. Per capire quanto sostiene Rashì dobbiamo però considerare che secondo il Midrash ci sono cinque livelli di anima, il primo è il nefesh ed è questo l’oggetto della proibizione del comandamento. Questo livello di anima è il corpo aperto verso l’esterno, che comunica e riceve. Al primo livello l’anima è la finestra sul mondo ossia il nostro modo di ascoltare di guardare, di odorare e di parlare. Quindi “tu non ruberai l’anima di qualcuno” significa “tu non ruberai ciò che costituisce la maniera di parlare di ascoltare e di guardare e di odorare di qualcun altro”. La soggettività di molte persone è imprigionate in ciò che le circonda: non dicono non vedono non sentono e non odorano diversamente da quanto imposto dal conformismo sociale. Il loro giudizio è copia di quello della massa. Rubare un anima è rubare un esistenza non consentendole di essere se stessa.

LIMITE E MOVIMENTO

A questo punto del nostro viaggio attarverso il Decalogo penso sia arrivato il momento di fare un breve cenno ai precetti negativi e positivi. Complessivamente il pentateuco contiene 613 comandi (mitzvot) dei quali 248 sono comandamenti positivi, obblighi e 365 sono comandamenti negativi, divieti: i precetti positivi obbligano a compiere una determinata azione; quelli negativi vietano di fare una determinata azione. Il numero di questi precetti è sicuramente carico di significati simbolici, infatti come insegna la tradizione Rabbinica, 248 era considerato il numero delle ossa del corpo umano e 365 sono notoriamente i giorni dell’anno (come anche il numero dei legamenti che collegano tra loro le ossa); attraverso questi numeri la Bibbia insegna che con le nostre 248 singole ossa dobbiamo compiere le 248 azioni prescritte e che ogni giorno dell’anno dobbiamo impegnarci a non violare i 365 precetti negativi.

L’ottavo è uno dei 365 comadamenti negativi. La negazione si esprime in ebraico con la parola lo che indica sia un limite che una direzione, infatti se si invertono le lettere di lo, ossia lamed e alef si ottiene el che significa ‘direzione’ ma anche ‘Dio’. Infatti la percezione che l’uomo ha di Dio è al contempo limitazione e movimento. Movimento verso l’alto perché esiste in noi l’impulso di trascendere di andare verso l’alto. Limitazione in quanto non tutto è permesso, non tutte le cose sono eguali. Vivremmo nel caos se non ci fossero limiti. La Creazione si tiene insieme perché racchiusa all’interno di limiti. I limiti dell’uomo sono nello spazio che deve lasciare agli altri per poter vivere.

Secondo Rabbi Itzhaq Luria, il mondo non è stato creato ex nihilo cioè dal nulla. All’inizio esisteva una realtà assoluta che riempiva tutto, l’Essere di Dio. Non era il Nulla ad esistere ma il Tutto. Non c’era posto per nient’altra neanche per il mondo. Poi accadde che la ‘Luce Superiore Infinita’ si è contratta, Dio ha lasciato un vuoto, uno spazio in cui ha potuto essere la Creazione. Vi è equilibrio di tensioni per mantenere lo spazio vitale per l’universo. Questa forza è Shaddai/Basta uno dei nomi di Dio, Egli è Colui che dice basta ed impedisce all’infinito di riempire il vuoto. I limiti sono essenziali per mantenere l’esistenza dell’universo, l’uomo come l’universo ha dei limiti da rispettare.

[fonti: “Le Dieci Parole – Marc-Alain Ouaknin”, Paoline 2001; Lea Sestieri, Rav Benedetto Carucci, Giorgio Caviglia – Centro di Cultura Ebraica della Comunità di Roma – conferenze sui 10 Comandamenti]

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2 Comments

  1. Un articolo ben fatto Dario, è un piacere leggerti.
    Mi permetto una piccola riflessione, nulla di particolare

    Il comandamento di “Non Rubare” è interconnesso con il comandamento “Non desiderare la casa del tuo prossimo”
    Ma mentre il primo condanna l’atto il secondo condanna l’intenzione, il desiderio.
    Per comprendere la gravità sia dell’atto che dell’intenzione, dobbiamo tener conto della cultura del tempo, la quale veicolava la benedizione di Adonay con il benessere, con la prosperità, con la salute, l’avere molti bene materiali significava un ebreo osservante, ubbidiente alla legge, un povero o la povertà indicava il disfavore di Dio verso il suo servo.
    Si comprendeva come la ricchezza era qualcosa da custodire gelosamente, difenderla, in quanto manifestazione della devozione del suo proprietario, per l’ebreo non c’era la concezione dell’aldilà per cui la sua vita fosse indirizzata in tal senso, egli concepiva solo l’aldiquà.

    L’uomo era la centralità, la sua dignità era ben manifesta dai beni per cui rubare all’uomo significava rubarne la dignità, quella dignità manifestata dai beni come indicatori del favore di Dio, rubare al prossimo (per prossimo si intende sempre l’uomo) significava rubare a Dio il quale concedeva al suo servo approvazione e favore manifestato dalle ricchezze (Giobbe ne è un esempio, i confortatore lo accusavano di essere un peccatore in quanto caduto in povertà)
    Ma il comandamento previene il “Rubare” scavando non solo sulla superfice (l’atto in se stesso) ma in profondità, nel cuore della persona, nei suoi sentimenti, infatti sempre in Esodo abbiamo
    “Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.”

    Fatto interessante che anche la propria moglie è considerata un bene, al pari del bue, dell’asino della schiava, ma questa mentalità era post esodale, solo con la deportazione a Babilonia, pre e post esilica si rifece una rivisitazione della loro storia, tale rivisitazione fu anche nelle dieci parole, contestualizzandole al periodo vissuto.
    Il comandamento di “Non Rubare” rimane sempre, poiché è un atto il quale reca danno, ma l’altro ne viene perfezionato sicché avremo sempre la sostanza scritta in Esodo ma con forma diversa.

    In Esodo si afferma “Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo”, la casa del prossimo altro non è che i suoi possedimenti e tra questi vi è anche la moglie.
    In Deuteronomio abbiamo.
    “Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.”

    Interessante che la moglie non è più considerata un oggetto, una proprietà, ma un aiuto (anche se di fatto le cose non è che fossero molto cambiate)
    Allora questo comandamento si pone come un avvisatore all’atto (Rubare), poiché pone attenzione al cuore, ai sentimenti e desideri.

    Il comandamento di “Non Rubare” pone altri interrogativi, poiché non si limita al possesso com’era anticamente, ,ma pone l’uomo al centro in quanto lo si può rubare in una infinità di modi.

    1. Buonasera Francesco, non definirei la tua riflessione ‘nulla di particolare’ mi sembra invece molto interessante. Inoltre tocchi alcuni argomenti che meriterebbero ulteriore sviluppo quali ad esempio il ruolo della donna nell’Antico Testamento e la visione ebraica dell’Aldilà.
      Grazie per il tuo commento e ti invito caldamente ad intervenire ogni volta che lo riterrai.

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