Giona

Giona è uno strano personaggio, misterioso e di difficile comprensione. Nella Scrittura non c’è nessuno che gli assomigli. Nessuno ebbe i suoi problemi o le sue idee per risolverli.

Giona è un ‘profeta minore’, per essere esatti è il quinto di una serie di dodici, la sua profezia consiste in una sola frase: ‘fra quaranta giorni Ninive sarà distrutta’, cosa che neanche si avvererà. Eppure secondo la tradizione Giudaico-Cristiana stiamo parlando di un ‘gigante’.

Di Giona sappiamo molto poco. Il suo fascicolo nella scrittura è sorprendentemente misero: il suo nome, il nome di suo padre, nient’altro. Dove abita? Mistero. Quando? Nessuna data indicata. Chi sono i suoi amici, i suoi maestri? Impossibile accertarlo. Cosa faceva prima dell’avvenimento che lo rese famoso? Cosa ne fu di lui dopo? Nessuno ce lo dice.

La sua storia riguarda l’attesa, l’attesa di eventi che si devono svolgere, di cose che ci aspettiamo che accadono ma non accadono. Giona corre via, ma non abbastanza lontano. La nave sta per affondare, ma rimane a galla. Giona quasi muore, Ninive è quasi distrutta. Il finale è scontato, tutte le catastrofi, sia personali che nazionali, sono evitate. Tutti i protagonisti sono contenti e anche il lettore è contento: se il malvagio popolo di Ninive resta impunito, perche non chiunque altro?

 LA STORIA DI GIONA

Primo atto – La storia comincia quando Dio ordina ad un certo Giona, figlio di Amittai, di correre a Ninive per avvertire i suoi abitanti di pentirsi se non vogliono che la loro città venga distrutta nel giro di quaranta giorni. Profeta di sventura e di consolazione, egli dovrebbe accettare il compito divino: dopotutto, questa è la sua professione, la sua vocazione. Probabilmente non è la sua prima missione, ma è il suo primo rifiuto: non vuole andare a Ninive. Praticamente fa esattamente ciò che gli è stato ordinato di dire a Ninive di non fare: resistere alla volontà di Dio. E’ cosi risoluto che decide di scappare. Compra un biglietto e sale su una nave diretta a Tarsis in direzione opposta a Ninive.

Secondo atto – Si scatena un’improvvisata tempesta, la nave sta per affondare. L’equipaggio disperato ricorre alla preghiera. Invano. Un marinaio si ricorda di un passeggero che nessuno ha visto pregare: Giona. Viene trovato sotto coperta, profondamente addormentato nella sua cabina. L’equipaggio lo sveglia, gli ordina di salire sul ponte. Certamente, uno dei passeggeri è responsabile dell’incombente disastro. Tirano le sorti, e ben presto si rivoltano contro Giona: il colpevole è lui. Egli conferma e suggerisce perfino alla punizione: essere gettato in mare. Desidera morire, e l’equipaggio gli fa il favore di gettarlo alla nave.

Terzo atto: la scena si sposta dalla nave a un’immensa balena inviata da Dio per inghiottire e salvare Giona, che rimane nel ventre della balena tre giorni e tre notti; sta male, implora la pietà di Dio e si pente; andrà a Ninive, predicherà, farà qualunque cosa, qualunque cosa, in qualunque luogo ma per favore, Signore, liberalo da quella sua prigione sottomarina.

Quarto atto: fuori dalla balena, fuori dall’acqua, Giona corre a Ninive, parla in nome di Dio, e meraviglia delle meraviglie: il popolo ascolta e si pente. Ciò fa piacere a Dio, ma non fa piacere al suo emissario, turbato più dal suo successo che dal suo fallimento. Di nuovo, desidera morire. Nei dintorni della città si costruisce una capanna per proteggersi dal sole infuocato. È interessante notare che una pianta, un ricino, cresce sopra la sua testa, offrendogli opportunamente un po’ d’ombra. Finalmente, Giona è felice. Ma non per molto. All’alba, la povera pianta viene divorata da un verme. Scomparsa l’ombra protettiva. Il caldo implacabile fa svenire Giona. Di nuovo, vuole morire: Nessun profeta è stato mai preso da un così forte e così ricorrente desiderio di morte. Che perfetta occasione per Dio per dargli una lezione: Giona, Giona, tu provi pietà per una pianta ma non per una comunità umana?

Il dialogo si interrompe improvvisamente. Dio vince la disputa perché Giona è incapace di confutare le sue argomentazioni. Ma cosa accade poi? Se c’è una risposta, nessuno lo sa. Sì é appena sfiorata la questione, deduttivamente, e la storia è già finita. Povero profeta: non è neanche informato dell’epilogo della sua storia.

A un esame più attento, non possiamo non trovare qualcosa di assai inquietante, perfino sconvolgente, in questa storia: é troppo superficiale, e la sua trama è troppo evidente; tutti questi miracoli, tutte queste sorprese sono troppo prevedibili. Il libro manca di ispirazione e soprattutto di profezia.

Perché è così risoluto nel permettere al destino di annientare Ninive? Perché è propenso a sabotare il suo pentimento e le sue possibilità di salvezza? Che razza di profeta impedirebbe ad un popolo di ritornare sulle vie di Dio? Comportandosi come si comporta, il profeta non si è improvvisamente trasformato in antiprofeta?

UN PRIMO PUNTO DI VISTA

Da un certo punto di vista  tutti i protagonisti della storia sono biasimevoli, sono tutti colpevoli.

Esaminiamo Ninive. La sua colpa è evidente: è una città piena di peccato. Nel simbolismo della Bibbia, Ninive significa guerra, falsità, invidia e crudeltà, e perciò merita la morte. Viene subito dopo Sodoma.

E cosa dire dell’equipaggio? Colpevole. In quanto si sbarazzano di un passeggero inerme per salvare la pelle. Ha poca importanza il fatto che sia lui stesso a chiedere loro di gettarlo in mare. Da quando si devono favorire tendenze suicide? Non possiamo scegliere la vita a spese di un altro. Anche se Giona non è uno di loro, è loro ospite, loro passeggero. Non sanno che un equipaggio di una nave ha il dovere di salvare le vite dei passeggeri prima della propria? Ricordate: Giona non è un clandestino.

Cosa dire di Dio? Si ha l’impressione che scelga Giona soltanto per farsi beffe di lui e che lo consacri profeta solo perché tutto il mondo lo possa metterlo in ridicolo. Dio sà ciò che nessun altro sà. Ninive non sarà distrutta, eppure manda Giona a predirne la distruzione!

QUALCOSA NON QUADRA

Soffermiamoci un momento sull’enigmatico Giona.

Infelice, sempre sfortunato. Raramente gli capita qualcosa di buono. Niente onori, niente ricompense, nessun amico, nessun sostenitore. Tutto ciò che intraprende sembra andar male. Ogni volta che desidera vincere, perde; ogni volta che preferirebbe perdere, vince. È un profeta che vive in esilio eterno. Antieroe esemplare, non prende iniziativa, non aspira alla gloria, non lavora a nessun grande progetto per cambiare la vita o la storia. Completamente passivo, lascia che gli altri si preoccupino e prendano decisioni per lui. Invece di plasmare gli avvenimenti, si lascia trasportare da essi. Invece di guidare la gente, le permette di comandarlo. Appare sulla scena solo per interrogare Dio, (o se stesso): “cosa ci facciamo qui? perché sono stato mandato qui? qual è il significato di queste cose in cui sono coinvolto?”. È sempre alla ricerca di risposte, spera sempre di essere rassicurato.

Giona è il primo e l’unico a rifiutare la sua missione non soltanto con le parole ma anche con i fatti: fugge dal Paese. Ma che dire se la sua stessa esistenza fosse stata voluta da Dio? E che dire se la sua fuga da Ninive avesse avuto il solo scopo di riportarlo a Ninive? Perché si contraddisse così spesso? Tecnicamente, un profeta le cui profezie non si avverano è considerato un falso profeta. Eppure Giona resta un  profeta secondo la Bibbia. Come comprendere il suo complesso e strano destino?

Ma Giona ha il potere di cambiare sotto i nostri occhi e tra le righe delle nostre parole. In questo libro nulla è come appare.

Secondo il Talmud, che lo inquadra dopo David e Samuele, egli fù addirittura pari a Elia che lo ordino profeta!! Addirittura vi sono leggende midrashiche che lo descrivono come uno Tzaddik Gamur cioè un ‘vero giusto’: un giusto assoluto, fra i pochi eletti che entreranno in paradiso dei vivi.

L’evangelista Matteo (12,40) collega Giona addirittura a Gesù: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. »

Alla “generazione perversa” che domanda un segno, Gesù non promette altro che il segno di Giona (Lc 11:29-32).

PROVIAMO A CAMBIARE PUNTO DI VISTA

Una cosa è chiara: la storia è più complessa di quanto appaia in superficie. Le varie situazioni nascondono più di quanto rivelino. I personaggi, vivono a più di un livello e mostrano più di un volto.

E così, quando rileggiamo la storia, scopriamo che può essere facilmente capovolta: come abbiamo detto che tutti i personaggi sono colpevoli, possiamo ora affermare che sono tutti innocenti.

Cominciamo da Ninive: è vero che i suoi abitanti sono malvagi, ma perché non dovrebbero esserlo? Vivono in un grande centro urbano. Non c’è nessuno per istruirli, per ammonirli, per mostrare loro la retta via. Appena sentono Giona, accettano iL messaggio e si pentono, dice il testo. Il re è il primo a confessare i suoi peccati; proclama lo stato di penitenza nazionale. E tutti gli abitanti, giovani e vecchi, uomini e donne, e anche animali vi prendono parte in preghiera.

Quanto ai marinai, siamo stati troppo duri con loro. Nel momento del pericolo, non solo non saltano in acqua per salvare la pelle ma restano insieme e si mettono a lavorare insieme per salvare la nave e tutti suoi passeggeri. Quando il pericolo aumenta si sbarazzano degli oggetti, delle loro cose di valore. Quando scoprono il loro molesto passeggero addormentato sotto coperta potrebbero coprirlo di insulti ma non lo fanno. Non sono neanche arrabbiati. Lo svegliano gli chiedono di pregare il suo Dio. L’idea di gettare Giona in mare non è loro ma sua.

Quanto a Dio egli si mostra giusto e misericordioso. Accetta prontamente di umiliare il suo portavoce per risparmiare la città peccatrice. Se è crudele con Giona è per il suo bene, per insegnargli l’importanza del pentimento, per mostrargli la via che porta ad un comportamento umano piuttosto che ad astratti assoluti. Insegna a Giona non come soffrire ma come rimanere umile di fronte alla sofferenza.

Malgrado il nostro precedente ritratto di lui come un essere irascibile, egoista è indifferente, Giona in realtà sceglie di rifugiarsi nel sonno quando è sulla nave, perché è troppo sensibile al dolore degli altri, troppo aperto alla loro sofferenza. La trova così insopportabile che cerca di scappare e si rifiuta di andare a Ninive, non è perché la vuole vedere distrutta, al contrario: non vuole pronunciare la minaccia. A questo punto Giona merita il nostro amore e il nostro affetto; uno straniero fra stranieri che si gira per le strade e nei mercati, spinto da un impulso misterioso, che ripete cinque parole, sempre le stesse: “fra quaranta giorni sarà distrutta”.

 EPILOGO

Che cosa significa questa storia? Che cosa insegna?

Due ipotesi, due temi principali.

Il primo pone l’accento sul pentimento. A differenza della mitologia greca, l’ebraismo rifiuta il concetto di fatalismo. Il destino non è inesorabile, non è un giocattolo il cui funzionamento è predeterminato. Infinite sono le possibilità. Il male può essere fermato, deviato, vinto, anzi può essere trasformato. Può subire infiniti cambiamenti scegliendo il pentimento. La lezione in Giona è che nulla è scritto, nulla è sigillato: la stessa volontà di Dio può cambiare. Anche se la punizione è stabilita; può essere annullata. Qui è la bellezza e la grandezza del messaggio: ad ogni essere umano è concesso un’altra possibilità di ricominciare la sua vita.

Il secondo tema è l’universalità del messaggio. Il compito di Giona è quello di portare la parola di Dio anche ai non ebrei, senza abbandonare il suo popolo, la sua fede e le sue tradizioni. Giona pare quindi un umanista, un pacifista senza uguali. Sconfitto dalla vita, umiliato da Dio, questo antieroe pensa agli altri prima di pensare a sé stesso. Sceglie la vita, sebbene piena d’angoscia, per salvare gli altri dalla morte.

Ma quando tutto è detto e fatto, il vero eroe della storia è una piccola pianta insignificante. Il ricino è eroe della storia e sua vittima. Creato soltanto per morire, soltanto per servire da esempio con la sua morte rapida, la pianta appare per un attimo e scompare. Muore per portare luce a una città lontana chiamata Ninive. Giona prova pietà per la pianta. Un uomo che prova compassione per una pianta non può essere insensibile sul destino degli uomini. Il problema di Giona è proprio questo: è troppo sensibile.

L’aspetto più commovente del libro è la sua fine o piuttosto la sua mancanza di fine. Dio indica la pianta morta e pone la famosa domanda: tu provi dispiacere per la pianta e non vuoi che Io provi dispiacere per Ninive e il suo popolo e i suoi animali?

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[fonti: “Cinque figure bibliche – Elie Wiesel, Giuntina (settembre 1998)]

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